Canto del giovane incazzato. Poesia di un amico

Poesia di un caro amico e poeta

“Canto del giovane incazzato”

Una mattina mi sono svegliato
ed ero incazzato.
Siamo giovani puniti
e non c’è niente di più incazzato
di giovani infelici
e impotenti.

Ascolta
il rumore del pianto
del giovane incazzato,
il suo pianto
riverbera tra gli alberi
morti delle città.
Quale verga cadde su di noi a punirci
come cinquanta e passa anni fa
cadeva
sui nostri padri sottomessi?

Ho camminato per le strade per bene
delle città
e ho visto
puttane imbellettate che parevano
donne dell’alta società
sbandierare in giro
la loro voluttà.
Un tempo forse, anche professori
anche intellettuali,
adesso semplici tecnici
a prostituirsi
per la felicità.

Oh, scorri piano piccolo Arbia
nel tuo pantano,
che il mio canto è sadico
e non desidera andar lontano.
Ma ci andrà.
Quante volte ascoltasti il mio grido,
abbandonato dal mio primo amore,
poi dal secondo, poi dal terzo?
Eppure, mai lo conobbi
da vero,
Amore.

Anche per questo
piange
un giovane incazzato.
Perché mai conoscerà l’amore
vero, che è unione,
sinolo imperituro, senza speranza,
inutilità manifesta.
Fin quando vivremo
conosceremo solo
e piangeremo l’amore
che è possesso
e che è possesso perché è dominio
e che è dominio perché è utile,
ma a cosa, ovviamente,
se non alla felicità.

Oh angusto Arbia,
torna realistico,
fa’ quei fagiani a piccoli schizzi
ninfe dalla pelle aurea
e lascia bagnare una dea nel tuo loto.
Ma le ninfe son partite da questi luoghi
e non hanno lasciato indirizzo.

Se un giorno mi svegliassi e Chirone
mi dicesse
che quel passato mitico è morto,
riderei,
l’ho ucciso io l’altro giorno
insieme ai miei giovani
amici borghesi.

Cosa credi?
Io non ci abbia provato
a scavare una buca,
sdraiarmi in un fiume
e guardando il sole meridiano sfregiarmi
sentirmi una flebile
fibra dell’universo?
Per Dio, quando tutto nella natura
ti sembrerà naturale
allora tutto sarà finito.
E anche se il grande
poeta del nostro Novecento smise,
gettando la maschera, via!,
ancora noi cerchiamo un varco.
Ma tutto è finito.

Oh, sì, corri piano
Arbia maledetto,
ancora colorata in rosso
la tua acqua
sotto la luce di un sole che cala.
Monet avrebbe saputo
cogliere questo momento,
invece io piango
l’identità impossibile,
l’allegoria sconfitta.

Ho camminato per le strade abbandonate
dei bassifondi
e ho visto delinquenti che parevano
piccoli borghesi affaticati
per il profitto giornaliero,
unico modo per raggiungere
la felicità.
Ho visto lo sghignazzo universale
di chi, anche oggi, mi gabberà.
Prima fratelli vissuti
tra ruderi e pale d’altare,
tra chiese, monti e campi,
ora dispersi, ora introvabili,
a cercar la felicità.

Seduto sulla riva del fiume
a meditare
o con i tuoi amici in un baccanale
non vedi passare,
come un cinese disse,
cadaveri di antiche sconfitte,
ma in verità:
se senti zoccoli battere
o un cavallo arrivare,
interrogati:
fosse la morte che corre nel piano
o un Dio piccolino che per sbaglio
è rinato,
anche solo ipotizzando
la tua vita avrà un senso
che senza non avrà.

O ipocrita lettore però non confondere
questi frammenti
con quelli che ho apposto
contro le mie rovine,
questi non sono frammenti
ma le ultime parole
rimaste
dell’uomo che muore
ricercando la felicità.

E tu figlio dell’uomo che ascolti,
anche tu incazzato,
anche tu punito,
anche tu abbandonato,
chiediti, per favore,
per favore, domandati
cosa sia questa felicità,
se il possedere, il consumare,
il trombarsi,
forse solo il contrario
della libertà.

(Salvatore Ingrosso)

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