Mese: ottobre 2014

Sale.

Come sale
su squartati legamenti
e corrose membra
possono bruciare.
Si, sfrigolando acidamente
e scorrendo sulla pelle
fatta ispida, troppe volte.

E allora morde, arrabbiato
il cane. Morde forte e abbaia
pure, quel cane.
Ti sbrana e rispondendo tu
ferisci, proprio come lui,
pur se a bruciare
non sono le offese.

Così reagisce, nervoso oltremodo
l’uomo indiavolato,
così risponde l’uomo
spazientito e furioso, bestia
per il nulla.

Torna a casa, presto,
stanco, e così, proprio così
piange. L’uomo affaticato.
Lui è quell’uomo, divorato
dal tempo.
Quell’uomo siamo noi, sfiniti,
quell’uomo siamo tutti, troppo
Spesso.

Non dimentichiamoci di perdonare,
non stanchiamoci già così presto
di comprendere.
Non abbandoniamoci già adesso.

(Giorgio Pesti)

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E poi delusione.

Come in una buca
Sono sprofondato nell’abisso
Istantaneo del fallire.
Come un insegna luminosa
Ai margini di strade buie,
Confortevole del vuoto silenzioso,
Molesta acceca manifesta.
Dunque è lei,
La delusione, violenta. Un lampo, Squarciante il cielo,
Dilaniando il tronco.

Tese d’innaturali altezze
Le corde piangono questa canzone,
Sibilando si tendono poi le foglie
D’arbusti sconsolati e brevi tratti
Rimasti di campagna.
È solo amaro sapore di sconfitta,
Sudicio liquore.

E dunque cosa possa
Di questa mia battaglia, ancora?

Solo fuochi pallidi piangono pioggia.

(Giorgio Pesti)

Il baratro. Alzatosi, luce.

Correva, rapido ed agile, come una farfalla alla velocità della luce. Saltava, schivava e, certe volte parava. Guardava indietro mentre correva, guardava a ciò che era alle sue spalle e tra le risa e la gioia ripercorrevano le guance, rigandole lievemente, delle piccole ferite.
Camminava, così gli pareva, ormai abituato a questa frenetica corsa.
Un giorno invece tremò più forte delle altre volte, si scosse come d’improvviso e per la prima volta s’aprì nettamente, in due parti molto più distanti del solito, troppo distanti probabilmente.
Il terreno che l’aveva ferito, curato, ferito di nuovo e ancora risanato stavolta lo stava inghiottendo, lo stava per mangiare, per divorare, per fagocitare ed annullare nella sua immensità annichilatrice.
Stava cadendo e cercava di salvarsi matto e disperato, stava per venir inghiottito ma allo stesso tempo un dubbio si era già infiltrato in lui, il dubbio che non stesse invece uscendo finalmente dal terreno, attraverso quella voragine buia e nera ma forse interessante e addirittura invitante.
No, no, non poteva essere così, quello era il suo terreno, l’unico che aveva e l’unico che era riuscito ad ottenere, ma anche l’unico che lui volesse.
Era felice col suo terreno.
Non era forse questa la felicità? Avere ciò che si vuole, e mantenerlo tale. Di tutti i terreni a disposizione aveva quello che voleva, quello che proprio era perfetto per lui ed era riuscito finora a mantenerlo intatto, integro ed identico a se stesso.
Si allungo, in maniera disumana, per aggrapparsi ad uno dei bordi, disperato, e ci riuscì, proteso con lo sguardo verso quell’impenetrabilmente formidabile fondale ignoto che no, assolutamente non era fatto per lui e non era ciò che lui volesse o desiderasse.

Uscì anche stavolta, più a fatica di qualunque altra, e vagò di nuovo felice per il suo terreno, suo e suo solamente, dove era padrone e sovrano di tutto.
Vagava vagava e sognava tuttavia, sognava quella scura e buia voragine, quella fogna orrenda, quella tana orripilante dimora del demonio che, purtroppo, aveva veduto qualche tempo prima, e mentre tutto ciò accadeva lui, sfortunatamente, pensava.

Stava male, stava male e soffriva. Soffriva perchè le piante stavano marcendo, stavano imputridendo e l’olezzo che si diffondeva e si era diffuso nell’aria l’aveva indurito e inasprito: non poteva restare, doveva abbandonare il suo amato terreno, eppure come fare? Come poteva abbandonare ciò che fino a quel momento era stato il suo unico fine, la sua unica gioia e la sua unica soddisfazione? Non poteva, non sappiamo bene nemmeno se lo volesse, sta di fatto che aveva già deciso: non poteva davvero abbandonare così la felicità conquistata.

Iniziò dunque a lavorare per ripulire, per risistemare, e mentre il tempo passava tutto cambiava, non mentre puliva quanto mentre passava il tempo. Secondi, giorni, ore e tutto insieme smisero di avere senso, la materia stessa arrivò a diventare semplicemente riflesso di ciò che vedeva.
Quel giorno, in cui la materia perse la propria identità, quel giorno allora fu tranquillo, e con quello il nuovo ordine di pulizia, di giustizia, di educazione. Tutto divenne finalmente sensato e ragionevole.

Un tuono, forte. La terra si aprì, ma stavolta nessuno si aggrappò e cadde, lui, che stavolta aveva lasciato la presa.
Quell’ignoto, quel buio, orrendo, sbagliato, nuovo; egli lo abbracciò e nessuno, nel piccolo terreno, seppe più nulla di lui ne sprecò mai inutili forze nel ricercarlo: si era perso per sempre.
Alzatosi, luce.