Racconti Brevi

Il baratro. Alzatosi, luce.

Correva, rapido ed agile, come una farfalla alla velocità della luce. Saltava, schivava e, certe volte parava. Guardava indietro mentre correva, guardava a ciò che era alle sue spalle e tra le risa e la gioia ripercorrevano le guance, rigandole lievemente, delle piccole ferite.
Camminava, così gli pareva, ormai abituato a questa frenetica corsa.
Un giorno invece tremò più forte delle altre volte, si scosse come d’improvviso e per la prima volta s’aprì nettamente, in due parti molto più distanti del solito, troppo distanti probabilmente.
Il terreno che l’aveva ferito, curato, ferito di nuovo e ancora risanato stavolta lo stava inghiottendo, lo stava per mangiare, per divorare, per fagocitare ed annullare nella sua immensità annichilatrice.
Stava cadendo e cercava di salvarsi matto e disperato, stava per venir inghiottito ma allo stesso tempo un dubbio si era già infiltrato in lui, il dubbio che non stesse invece uscendo finalmente dal terreno, attraverso quella voragine buia e nera ma forse interessante e addirittura invitante.
No, no, non poteva essere così, quello era il suo terreno, l’unico che aveva e l’unico che era riuscito ad ottenere, ma anche l’unico che lui volesse.
Era felice col suo terreno.
Non era forse questa la felicità? Avere ciò che si vuole, e mantenerlo tale. Di tutti i terreni a disposizione aveva quello che voleva, quello che proprio era perfetto per lui ed era riuscito finora a mantenerlo intatto, integro ed identico a se stesso.
Si allungo, in maniera disumana, per aggrapparsi ad uno dei bordi, disperato, e ci riuscì, proteso con lo sguardo verso quell’impenetrabilmente formidabile fondale ignoto che no, assolutamente non era fatto per lui e non era ciò che lui volesse o desiderasse.

Uscì anche stavolta, più a fatica di qualunque altra, e vagò di nuovo felice per il suo terreno, suo e suo solamente, dove era padrone e sovrano di tutto.
Vagava vagava e sognava tuttavia, sognava quella scura e buia voragine, quella fogna orrenda, quella tana orripilante dimora del demonio che, purtroppo, aveva veduto qualche tempo prima, e mentre tutto ciò accadeva lui, sfortunatamente, pensava.

Stava male, stava male e soffriva. Soffriva perchè le piante stavano marcendo, stavano imputridendo e l’olezzo che si diffondeva e si era diffuso nell’aria l’aveva indurito e inasprito: non poteva restare, doveva abbandonare il suo amato terreno, eppure come fare? Come poteva abbandonare ciò che fino a quel momento era stato il suo unico fine, la sua unica gioia e la sua unica soddisfazione? Non poteva, non sappiamo bene nemmeno se lo volesse, sta di fatto che aveva già deciso: non poteva davvero abbandonare così la felicità conquistata.

Iniziò dunque a lavorare per ripulire, per risistemare, e mentre il tempo passava tutto cambiava, non mentre puliva quanto mentre passava il tempo. Secondi, giorni, ore e tutto insieme smisero di avere senso, la materia stessa arrivò a diventare semplicemente riflesso di ciò che vedeva.
Quel giorno, in cui la materia perse la propria identità, quel giorno allora fu tranquillo, e con quello il nuovo ordine di pulizia, di giustizia, di educazione. Tutto divenne finalmente sensato e ragionevole.

Un tuono, forte. La terra si aprì, ma stavolta nessuno si aggrappò e cadde, lui, che stavolta aveva lasciato la presa.
Quell’ignoto, quel buio, orrendo, sbagliato, nuovo; egli lo abbracciò e nessuno, nel piccolo terreno, seppe più nulla di lui ne sprecò mai inutili forze nel ricercarlo: si era perso per sempre.
Alzatosi, luce.

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