Chiedo scusa

Babilonia non dovrebbe mai discostare cosi,
le sue porte.
Tanto impetuose,
tanto divoranti le sue lingue
consumano il legno,
e lento marcisce.
Logorato macigno.
Sfibrato, come ali
di cera si scioglie 
al sole troppo dorato, cola:
interstizi delicati, maledetta finzione,
sono chiusi, truffati.
Ahi dolorosa furia..

Partorisco quindi assurde analogie,
bugiardo e mendico
di me stesso e voi lettori.
Chiedo scusa, non sono roccia,
non sono l’angelo che vorrei e no,
io non volo. In questo momento
sono sdraiato, al buio, da solo
e in questo, io, si
potrei già forse sparire.

(Giorgio Pesti)

È un lampo

Trema inconsapevolezza,
Rigagnoli di seta, non rugiada;
È già presto sera.
Fulmineo barlume, un treno,
Si staglia lestissimo;
È un lampo il crollo.
Bianchi quadrati susseguirsi,
Ed è già finito
Ed è già così tanto lontano.

Febbraio

Febbraio immobile
Non si schioda dalle porte marce
Del nostro secolo
Nuovo.

Sulfuree viste
All’orizzonte si distendono
Celandoci umani
L’uomo.

Le nostre penose
Angosce, le vite, sottigliezze
Rimaniamo ora
Soli.

Cosa mai ci resta?
Oh miei possessori accaniti!
Nulla.
Null’altro che uno spezzato d’immagini e frantumi.

(Giorgio Pesti)